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Japanglish, Janglish o Japlish
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Inviato venerdì 23 maggio 2003 21:53
CEST da murasaki A cura di murasaki |
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Il giapponese è caratterizzato da una miriade di parole di origine straniera, in particolare inglese. Ultimamente questo fenomeno sta diventando, per dimensioni e caratteristiche, davvero singolare.
Ogni lingua ha delle parole importate nel proprio lessico. Ma, quasi sicuramente il primato per il maggior numero di adozioni di parole inglesi lo detiene il giapponese.
E’ una caratteristica distintiva di questa lingua che gli studenti conoscono bene, anche perché si saranno trovati non poche volte alle prese con ricerche su dizionari di strani termini che suonano come parole straniere, ma che del paese di origine conservano solo un vago ricordo!
In particolare, memorizzare le parole inglesi “nipponizzate” risulta essere un’impresa davvero ardua, vista la sorprendente abbondanza di questo genere di terminologia e tenendo presente anche la velocità con cui le nuove parole anglosassoni si insinuano, spontaneamente, nel linguaggio quotidiano.
L’occupazione americana del Giappone, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha inciso su questa tendenza e, soprattutto, la supremazia culturale statunitense dal dopoguerra ad oggi potrebbe essere una spiegazione convincente di questo fenomeno. Non bisogna, però, dimenticare come la lingua giapponese non sia assolutamente nuova a questo tipo di esperienza.
La prima grande operazione di adozione di parole straniere avvenne in periodo Asuka (552-710) d.C.), quando fu importata la scrittura e, quindi, la lingua cinese. Dico “operazione”, perché in questo caso si trattò di un atto volontario del potere centrale più che di un effetto spontaneo dovuto al contatto casuale con altri popoli. Al contrario, successivamente, l’incontro con i portoghesi, prima, e con gli olandesi, poi, ha prodotto l’ingresso fortuito, ma del tutto naturale, di termini provenienti da questi Paesi.
Se si prova ad aprire un giornale o una rivista giapponese ci accorgiamo che sono pieni di gairaigo (parole di origine straniera), che spiccano dal testo perché scritte in katakana, il sillabario usato, appunto, per trascrivere tutto ciò che non è propriamente autoctono.
Alcune sono di origine portoghese, come tabako (port., tobaco, tabacco), altre provengono dall’olandese, come madorosu (oland. matroos, marinaio). Ci sono anche numerosi casi di prestiti dal tedesco, come arubaito (ted. arbeit, lavoro, anche se in giapponese si riferisce a quello part-time), e tanti esempi di parole francesi entrate, ormai, nell’uso quotidiano, come dessan (fran. dessin, fumetto).
Tuttavia, come dicevo, la maggior parte delle parole straniere è anglosassone: la loro traslitterazione segue la pronuncia giapponese delle sillabe che le compongono, creando un effetto davvero singolare, alcune volte buffo. La cosa più divertente è risalire al significato e scoprire quale parola si celi dietro quello strano miscuglio di suoni. Ad esempio, tra le parole di origine inglese più facilmente riconoscibili troviamo nyu-su (news, notizia), sekushii (sexy), erebe-ta (elevator, ascensore), konpyu-ta (computer). Diversamente, ci sono parole dove l’origine inglese è più camuffata e, di conseguenza, bisogna pronunciarle diverse volte prima di afferrarne il senso, come nel caso di sutoraiki (strike, sciopero), sofutouea (software), oppure buru-su (blues, il genere musicale).
I puristi della lingua sono in continuo contrasto con tutti i sostenitori di questo uso smodato di parole inglesi, un po’ come accade anche da noi, dove soprattutto le generazioni più mature lamentano spesso la difficoltà di comprensione ed apprendimento delle parole straniere. In Giappone, così come in Italia, sono molti coloro che portano avanti la solida convinzione di preferire varianti autoctone a termini che suonano esotici. Infatti, ultimamente, la tendenza all’uso di neologismi, creati soprattutto prendendo in prestito parole anglosassoni, sta diventando incontrollabile.
Se, da un lato, il processo di importazione di terminologia inglese con successiva “nipponizzazione” serve a coprire delle assenze, soprattutto nel settore informatico, della moda, della cucina, dello sport, dall’altro sembra andare incontro piuttosto ad un’esigenza di stile. Dire furesshu (ingl. fresh, fresco), al posto di sawayaka, produce un effetto più attraente e dà al testo un’impronta esotica che piace particolarmente ai giovani. Già in periodo Meiji (1868- 1912), coloro che intercalavano spesso parole straniere nei discorsi erano definiti hai-kara (high collar), dall’abbigliamento tipico dei gentleman occidentali.
Tuttavia, in alcuni campi semantici diventa quasi indispensabile fare uso di gairaigo, altrimenti sarebbe impossibile esprimersi. In un articolo di moda, ad esempio, come si potrebbero descrivere dei capi di abbigliamento senza dover utilizzare ka-digan (cardigan), ribon (ingl. ribbon, nastro), beruto (ingl. belt, cintura), suka-to (ingl. skirt, gonna). E le riviste di cucina non potrebbero descrivere molti tipi di ricette, se dovessero rinunciare alla tomatoso-su (ingl. tomato sauce, salsa di pomodoro), al ba-ta (ingl. butter, burro), oppure allo ori-buoiru (ingl. olive oil, olio d’oliva).
Ciò che trasforma la parola straniera in una parola inconfondibilmente giapponese è il suo adattamento fonetico. La nuova parola, dopo aver fatto il suo ingresso, non solo non viene più scritta in caratteri latini, ma viene anche adeguata alle regole della propria pronuncia, in pratica diventa a tutti gli effetti una nuova parola giapponese. Questo non stupisce affatto, se si considera la mole sorprendente di parole di origine straniera presenti in tutte le lingue. Ma, si resta un po’ sorpresi di fronte alla velocità con cui questi prestiti lessicali si radicano nel giapponese.
Attenzione, però, al senso che talvolta alcuni neologismi assumono nei vari contesti in cui sono utilizzati. Ad esempio, madamu corrisponde all’inglese “madam”, ma viene usato solo per richiamare l’attenzione di una signora dietro il bancone di un bar. Così come taitoru non vuol dire semplicemente titolo, ma si riferisce ai sottotitoli di un film.
Tuttavia, le maggiori difficoltà emergono (e non solo per noi italiani), quando le parole straniere vengono troncate o quando un concetto è rappresentato da due parole tronche unite insieme a formare un unico gairaigo. Gli stessi giapponesi impazziscono letteralmente nel cercare di risalire al significato, spesso del tutto nascosto dietro la sintesi così creata. Si tratta di parole che fanno parte del linguaggio colloquiale e che, quindi, rispondono alle esigenze di comunicazione rapida ed efficace, per poi entrare ufficialmente nella lingua giapponese, come nel caso di apa-to (apartment, appartamento), depa-to (department store), su-pa (supermarket), infure (inflation, inflazione).
Lo stesso si può dire per le nuove combinazioni di parole anglosassoni trasformate nel rispetto dello stile giapponese, ma spesso così contorte da somigliare a dei rebus. Prendiamo il caso di sarari-man che è la sintesi delle due parole inglesi “salaried man” (impiegato), mentre masukomi è composto da masu e komyunike-shon e deriva dall’inglese “mass communication” (comunicazione di massa). In una libreria, inoltre, potremmo essere attratti dalla parola sekohan composta dai due termini sekondo hando che, pronunciati per esteso, ci aiutano a risalire all’inglese “second hand” (seconda mano, usato). Mentre, nei negozi di prodotti elettronici, sono schierati una miriade di pasokon, abbreviazione di pa-sonaru compyu-ta, i PC. E, infine, una volta in Giappone, saremo sicuramente felici di sapere che anche lì ci sono i konbini, che non sono altro che i “convenience store”, dove tutto è ad un prezzo più accessibile. Anche questa tendenza a sintetizzare le parole non è nuova alla lingua giapponese: nella recente epoca Taisho (1912-1926) si usavano i termini moga e mobo (modern girl e modern boy), per indicare i ragazzi alla moda e attenti alle novità.
Forse, un fenomeno recente o perlomeno oggi molto evidente, è l’uso di parole inglesi per far riferimento a concetti negativi. Un articolo del “The Japan Times” di qualche mese fa, ha posto l’accento sul fatto che attualmente giornali, TV, e lo stesso governo scelgano quasi sempre vocaboli anglosassoni per descrivere situazioni imbarazzanti, crimini, problemi sociali. Il caso più recente e, forse, più eclatante, è legato alla nuova legge che ha reso reato la violenza in famiglia: i termini scelti per identificare questa legge sono “DV Boshi-ho” (legge sulla prevenzione della violenza nella famiglia), dove “DV” sta per domesuchikku baiorensu o domestic violence. Inoltre, qualche anno fa, la nuova ed esosa tassa sui consumi, venne etichettata come Nyu Takkusu (new tax), sebbene nella lingua giapponese esistano entrambe queste parole (atarashii zeisei). E ancora, una recente campagna pubblicitaria contro la droga ha visto la proliferazione di manifesti e volantini dove spiccava la parola doraggu, usata al posto di mayaku (droga).
Il fatto che vocaboli di chiara derivazione straniera entrino a far parte del linguaggio politico ed ufficiale conferma ancor più l’elasticità del giapponese e la predisposizione al sincretismo. In realtà, è ben nota la disponibilità dei giapponesi ad accogliere le novità e riuscire rapidamente a farle proprie.
In questo caso, però, non si tratta di flessibilità e predisposizione al cambiamento, bensì di esigenze di comunicazione. Il governo e le amministrazioni locali mostrano spesso (e non solo in Giappone) un certo pudore nel trasmettere concetti dietro i quali si nascondono problemi sociali emergenti o dilaganti, come l’aumento della violenza o l’uso sempre più diffuso di droga. Per uscire da questo impasse, il ripiego sui gairaigo aiuta ad affrontare la comunicazione di massa e a creare un certo distacco, almeno idealmente, tra le autorità e le responsabilità legate al problema, soprattutto se bisogna annunciare un inasprimento del sistema fiscale! Inoltre, una parola esotica e non proprio familiare contribuisce a scongiurare panico e allarmismi fra i cittadini, che sentiranno il problema in questione un po’ più lontano.
L’imbarazzo delle grandi corporazioni nell’annunciare la necessità di ristrutturare l’intero sistema di produzione è stato ovviato parlando di risutora (dall’inglese restructuring) kaiko (licenziamento), un’espressione che ha invaso ultimamente i quotidiani giapponesi. Così come il ben noto pudore dei giapponesi nel parlare di argomenti che rientrano nella sfera personale ha portato i media a discutere di sekuhara (dall’inglese sexual harassment, stanchezza sessuale), invece di seiteki iyagarase (le parole giapponesi corrispondenti), denunciando una sempre più preoccupante crisi delle coppie che colpisce soprattutto gli abitanti delle grandi città, troppo presi dagli impegni di lavoro.
Il Japanglish, Janglish o Japlish, che dir si voglia, è il prodotto, veramente singolare, di questa tendenza in forte espansione: qualunque sia l’esigenza di fondo che spinge la gente, i media, gli organi politici ad accostare termini anglosassoni alle parole più propriamente giapponesi, l’effetto finale è di una vivacità tale da rendere questa lingua ancora più attraente.

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